Vietare i social ai minori di 15 anni. protezione o censura?Il parere di gianpaolo furgiuele, psicoanalista e saggista
- Redazione

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Proteggere i minori dai rischi dei social network è un obiettivo legittimo. Ma un obiettivo legittimo non rende automaticamente legittimo qualsiasi mezzo utilizzato per raggiungerlo.
L’idea di vietare l’accesso ai social network ai minori di quindici anni viene presentata come una misura di buon senso: i social possono creare dipendenza, favorire il cyberbullismo, alterare il sonno, esporre a contenuti violenti o sessuali e incidere negativamente sul benessere psicologico degli adolescenti.
Tutto vero. O, almeno, tutto meritevole di essere preso molto sul serio.
Ma da qui a concludere che la soluzione debba essere un divieto generalizzato c’è un salto politico e scientifico considerevole.
Il primo problema riguarda la libertà e la vita privata. Per impedire a un quattordicenne di accedere a un social network bisogna sapere che ha quattordici anni. E per sapere chi ha meno di quindici anni bisogna, in un modo o nell’altro, verificare l’età di tutti.
Una misura apparentemente destinata esclusivamente ai minori rischia così di trasformarsi in un gigantesco sistema di identificazione della popolazione digitale.
Quindi...per proteggere una parte della popolazione dai pericoli del digitale, si rischia di costruire un’infrastruttura capace di controllare l’accesso di tutti al digitale.
La protezione dell’infanzia non può diventare il cavallo di Troia di una società nella quale dobbiamo continuamente dimostrare chi siamo per poter leggere, comunicare, pubblicare o semplicemente accedere a uno spazio online.
C’è poi la questione scientifica.
Esistono studi seri sui rischi associati all’uso problematico dei social durante l’adolescenza. Ma non esiste un consenso scientifico unanime che permetta di affermare che il divieto assoluto fino ai quindici anni rappresenti la soluzione necessaria, efficace e proporzionata.
“Social network” è inoltre una categoria enorme. Un adolescente che passa sei ore al giorno davanti a video suggeriti da un algoritmo non si trova necessariamente nella stessa situazione di chi utilizza una piattaforma per comunicare con gli amici, informarsi, creare contenuti o partecipare a una comunità.
Trasformare una realtà complessa in una semplice equazione, social uguale pericolo, divieto uguale protezione, significa sostituire la politica e l’educazione con uno slogan.
Ma c’è un altro elemento che dovrebbe renderci particolarmente vigili.
Quando si vuole rendere difficilmente contestabile un progetto politico, troppo spesso si mettono i bambini al centro.
Il meccanismo è formidabile perché neutralizza quasi automaticamente la critica. Chi potrebbe dichiararsi contrario alla protezione dei bambini?

Ed è precisamente qui che bisogna stare attenti.
Il minore può diventare uno strumento retorico attraverso il quale misure che riguardano in realtà l’intera società vengono sottratte al normale confronto democratico. Contestare i mezzi finisce per essere confuso con il contestare il fine.
Se critichi il divieto, sembri contrario alla protezione dei minori.
Se critichi la verifica generalizzata dell’età, sembra che tu voglia lasciare i bambini senza protezione.
È una falsa alternativa.
In democrazia dovrebbe valere esattamente il contrario: più una restrizione delle libertà viene giustificata attraverso la protezione dei minori, più dovremmo poterne discutere liberamente la necessità, l’efficacia e la proporzionalità.
Proteggere i ragazzi significa certamente intervenire. Ma esistono molte altre strade: regolamentare gli algoritmi, limitare i meccanismi progettati per catturare compulsivamente l’attenzione, proteggere realmente i dati personali, responsabilizzare le piattaforme, rafforzare l’educazione digitale e restituire alle famiglie e alla scuola gli strumenti per accompagnare i più giovani.
È certamente più complicato di un divieto.
Ma i problemi complessi raramente scompaiono premendo il pulsante “vietato”.
I bambini devono essere protetti, non utilizzati per rendere indiscutibili delle scelte politiche. Proteggere non significa proibire tutto. Educare non significa sorvegliare tutti. E difendere i minori non può diventare il lasciapassare morale per schedare un’intera popolazione.




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