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Amicizia in scena, oltre le parole

  • Immagine del redattore: Stefano Farinetti
    Stefano Farinetti
  • 21 apr
  • Tempo di lettura: 2 min

Con “70 ci dà tanto”, Rodolfo Laganà e Rocco Papaleo trasformano il palcoscenico in un esempio concreto di inclusione e rispetto nel lavoro, dimostrando che la vera intesa nasce dalla professionalità e dura nel tempo


di Stefano Farinetti

21 aprile 2026



C’è una parola che oggi usiamo troppo facilmente: inclusione. La ripetiamo, la celebriamo, la esibiamo. Ma spesso resta una dichiarazione d’intenti più che una pratica reale. Ed è proprio qui che il teatro, quando è autentico, riesce ancora a fare la differenza.


Lo dimostra uno spettacolo come “70 ci dà tanto”, che porta sul palco due artisti che non hanno bisogno di raccontare l’amicizia: la incarnano. Rodolfo Laganà e Rocco Papaleo non mettono in scena solo un repertorio, ma una relazione costruita nel tempo, attraversata da strade diverse e rimasta intatta nella sostanza.


Dal 23 al 26 aprile 2026, al Sala Umberto, questo ritorno non è nostalgia: è una dichiarazione concreta. Perché l’amicizia, soprattutto nel mondo del lavoro, è spesso considerata una chimera. Troppo competitiva la realtà, troppo fragili gli equilibri, troppo facile confondere i rapporti con le opportunità.


E invece qui accade il contrario.

Laganà e Papaleo dimostrano che la vera inclusione non è uno slogan, ma nasce dalla professionalità. Dal rispetto dei tempi dell’altro. Dalla capacità di lasciare spazio. Dall’intelligenza di riconoscere il talento senza viverlo come una minaccia.


La loro storia parte da lontano, da quel debutto del 1990 con “Gonne”, reso possibile dall’intuito di Gianni Marsili, e arriva oggi con una consapevolezza diversa: quella di chi ha capito che il successo più duraturo non è quello individuale, ma quello condiviso.


Sul palco, accompagnati da musicisti di grande livello, costruiscono un dialogo continuo tra passato e presente. Ma fuori dal palco, ancora di più, offrono un modello. Non perfetto. Non costruito. Reale.


E forse è proprio questo il punto: l’inclusione non si dichiara, si pratica. L’amicizia non si ostenta, si dimostra. E quando accade davvero, non solo migliora il lavoro: lo rende umano. E il teatro, quando è vivo, ce lo ricorda meglio di qualsiasi discorso.

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