Iran, la voce delle donne rompe il silenzio del regime
- Stefano Farinetti

- 26 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Dalle piazze alle prigioni, il racconto delle giornaliste italiane: tra repressione, lutti e resistenza, un popolo chiede al mondo ascolto e solidarietà
di Stefano Farinetti
26 marzo 2026

Si è tenuta il 25 marzo, presso la Sala Conferenze Stampa Estera, l’incontro “Il coraggio delle donne iraniane”, promosso dall’Associazione Giornaliste Italiane per accendere i riflettori sulla drammatica situazione nel Paese.
A moderare è stata Christiana Ruggeri giornalista del TG2, mentre il saluto istituzionale è arrivato dal nuovo presidente Patricia Thomas della Stampa Estera in Italia. Sono intervenuti: Pegah Moshir Pour, Leila Farahbakhsh, Alessia Melcangi della Sapienza Università di Roma, Zhara Rastekar e Leila Shirvani.
Non esiste ancora un numero reale delle vittime, e probabilmente non esisterà finché il conflitto non avrà fine. In Iran si muore nel silenzio, spesso lontano dagli occhi del mondo - spiega l’attivista e scrittrice iraniana Leila Farahbakhsh - si muore non solo per una pallottola, ma per emorragie non curate, perché anche un ospedale può trasformarsi in una trappola. La paura è ovunque, e attraversa ogni gesto quotidiano.
È un Paese sospeso tra vita e morte quello che emerge dai racconti raccolti dal gruppo delle “Giornaliste italiane”, impegnate a dare spazio diretto alle voci delle donne iraniane, senza filtri, senza interpretazioni imposte.
Un lavoro necessario, che restituisce umanità a storie troppo spesso ridotte a numeri o slogan.
Le immagini che arrivano sono crude: ragazzi giovanissimi, come un diciottenne impiccato senza che la famiglia ne fosse informata, diventano simboli di una violenza sistematica. Eppure - asserisce la giornalista Reza Rashidy - accanto a questa brutalità, esiste una forma di resistenza che sorprende per dignità e forza.
I funerali si trasformano in celebrazioni della vita: palloncini che si alzano nel cielo, colombe simbolo di pace, canti e danze. Le madri e le mogli piangono, ma celebrano. Gridano che i loro figli “sono morti per la vita”. I loro funerali si trasformano in matrimoni dove la moglie è lo stesso paese, l’Iran.
La popolazione iraniana, circa 92 milioni di persone - afferma la docente di storia del Medioriente Alessia Melcangi - è consapevole della propria eredità storica. Ma oggi questa eredità non è fatta più di letteratura, cinema o musica: è una memoria segnata dalla repressione e dalla depressione.
Un regime che colpisce ogni ambito - dall’orientamento sessuale alla cultura, fino alla libertà personale - e che si abbatte su uomini e donne, anche se sono proprio queste ultime a pagarne il prezzo più alto.
Il suono del basso di Leila Sirvani ci riporta lontano, restituendo a tutti i presenti in sala la cultura iraniana e mostrando la libertà di esprimere la propria arte, un privilegio che in patria le sue colleghe non possono avere.
Le note, cupe e malinconiche, evocano un lamento delle corde, ma nascondono anche la speranza di una rinascita e la forza di una resistenza che riesce a superare il dramma della repressione.
Le donne iraniane vivono una condizione che, per molti osservatori occidentali, resta difficile persino da immaginare.
Non possono cantare da soliste, perché la loro voce è considerata provocazione.
Non possono studiare liberamente, perché ritenute incapaci di comprendere pienamente. In tribunale, la loro testimonianza vale la metà di quella di un uomo.
Durante la preghiera, non possono trovarsi davanti agli uomini, perché anche il loro movimento è percepito come un rischio.
Eppure, proprio da questa condizione nasce una forza nuova. Le donne non definiscono il loro come “coraggio”: lo chiamano necessità. Non hanno nulla da perdere, e per questo continuano a resistere.

Con una mano combattono il regime, con l’altra difendono se stesse e le proprie famiglie. Le nuove generazioni hanno acceso una scintilla, sostenendo le donne e amplificando il loro grido.
Un grido che, però, rischia di restare intrappolato in un silenzio internazionale difficile da comprendere.
Da 48 anni - raccontano le “Giornaliste Italiane” - il popolo iraniano è in guerra con un regime che opprime e uccide.
Eppure, una parte della comunità globale continua a non ascoltare, a non intervenire, a non offrire nemmeno un adeguato sostegno umanitario.
Ciò che chiedono oggi gli iraniani non è solo aiuto concreto, ma visibilità, conoscenza. La consapevolezza che il mondo sappia.
Perché solo rompendo il silenzio si può aprire una strada verso la libertà. Non vogliono più essere merce di scambio nei giochi geopolitici internazionali.
Non vogliono essere usati come leva tra potenze. Vogliono esistere, semplicemente, come popolo libero. Il loro è un urlo di disperazione che può ancora trasformarsi in speranza.
Ma perché questo accada, è necessario che qualcuno lo ascolti davvero.




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